Coronavirus : esperienza di vita

CORONAVIRUS: DIO NON È IMPREPARATO

Fino a poco tempo fa eravamo informati sulla realtà pandemica unicamente dai libri e, per chi tra noi ha una certa età, dai racconti di nonni che erano sopravvissuti alla terribile “spagnola”.

Ora ha fatto irruzione tra noi, in maniera imprevista sorprendendoci, con smarrimento, “a corto di conoscenze” al suo riguardo.

Ci siamo trovati immersi in questa realtà terribile e sconosciuta, affrontata “dal sapere medico” mai in maniera così disunivoca, tanto da provocare sconcerto e mancanza di direzionalità.

Questi appunti sono nati all’interno dell’ambito ospedaliero da chi, credente, si è “trovato” ad “abitare” questo tempo e questo luogo con la “missione di cappellano”, così da poter offrire a tutti — credenti o non credenti — la possibilità di riscoprire il proprio nucleo valoriale di riferimento, l’unica risorsa che permette di affrontare “la malattia” , soprattutto se severa, con la certezza che il tempo vissuto non è trascorso invano.

ESPERIENZA DI VITA

Già da mesi siamo in piena emergenza covid 19. Si era affacciato all’orizzonte già da tempo, prima in Cina in modo virulento, mentre a noi giungeva solo l’eco di questa grande bufera che di lì a poco ci avrebbe travolto. Una bufera che ha coinvolto tutti all’improvviso, sovvertendo in un batter di ciglio comportamenti personali e sociali. È

Se in un primo tempo la chiusura delle scuole e di alcune attività produttive aveva palesato un nuovo modo di trascorrere la giornata, le misure coercitive di distanza sociale e religiosa hanno sconvolto fin nel profondo, creando smarrimento e stress.

Ma l’impatto più devastante è avvenuto a livello sanitario, di cui ho potuto avere contezza diretta: malati in apnea in numero esorbitante, tanto da non avere spazi per accoglierli e gestirli senza sapere come e “a corto” anche di sistemi protettivi personali.

Un virus sconosciuto faceva irruenza senza trovare alcuna resistenza che potesse in qualche modo arginarlo: disarmati e sconcertati.

Siamo tutti al corrente “dall’esterno” come si sia evoluta la situazione degli ospedali. Oltre a “racconti sporadici” di chi ha potuto contattare operatori sanitari sul campo e “pazienti che ce l’hanno fatta” sono state “le dimensioni umane e spirituali” che hanno caratterizzato questo “spazio”.

Innanzitutto la distanza. Tutto doveva essere “protetto”. Il proprio corpo in tutte le sue parti per “rischio contatto”. Si faceva fatica a capire l’identità di chi ti stava accanto. E così sulle tute compariva il nome a pennarello per riconoscersi facilmente. Restavano gli occhi, protetti da occhiali o maschera, con cui comunicare la fatica, la forza di non arrendersi allo stress, il dolore per chi stava per “partire” per il “grande viaggio” della vita e la rabbia per l’impotenza.

E poi la profonda umanità. Di fronte a “malati blindati” per settimane senza possibilità di contatto con i parenti, l’essere pronti a chinarsi su di loro a prestare non solo le cure ma a diradare la solitudine di affetti: carezze mediate necessariamente dai guanti di protezione che però giungevano al cuore, parole di incoraggiamento, occhi che brillavano di speranza quando il respiro si faceva meno affannoso … ed anche l’ultimo saluto per chi si congedava dalla vita in solitudine.

Ed ancora un grande rispetto per l’esperienza di fede del malato. Chiamare il prete per “l’Unzione degli Infermi” e pronti, in caso di difficoltà di accesso soprattutto nelle Terapie intensive, a pregare insieme sulla soglia portando poi loro il segno del sacramento celebrato è stato il riconoscimento della “ministerialità” dei battezzati e, forse, non solo di loro.

Proprio nei confronti dei parenti di chi ci ha lasciato ho potuto portare la “vicinanza” di tutti noi, soprattutto di chi si è prodigato nell’assistenza, e la presenza del Signore nella preghiera umile e semplice del saluto della liturgia: “In Paradiso ti accompagnino gli Angeli, al tuo arrivo ti accolgano i martiri e ti conducano nella santa Gerusalemme”.

Questo nuovo modo di rapportarsi, nonostante la distanza necessaria prodotta dalla pandemia, ha generato una vicinanza diversa e più evidente tra tutti noi: il saluto e l’incoraggiamento nelle pause in cui scaricare lo stress, il guardarsi negli occhi, a volte anche velati da lacrime trattenute, il lasciarsi andare a confidenze che in altri tempi non sarebbero state possibili, mi “hanno detto” che ci vogliamo bene, che possiamo volerci bene e che qualcosa di buono in questo tempo lo possiamo costruire.


QUANTA FATICA

Quanta fatica, Signore, a pregarti in questi giorni. Sei certamente “al corrente”, per le tante preghiere che salgono a Te, della pandemia che mette in crisi le nostre certezze e dei tanti lutti che segnano le nostre famiglie e città.

Ogni giorno, per le “tante preghiere” della tua e nostra Chiesa, ho aspettato il grido gioioso: “Ecco ho ascoltato il vostro grido” ... ed invece fino ad ora non è accaduto nulla.

E così il mio pregare ha cominciato a “snodarsi” con poca convinzione, come una cosa tra le altre che mi trovo a fare in questo tempo qui in ospedale: indossare puntigliosamente la mascherina protettiva prima di “abitare” gli ambienti, essere disponibile “all’emergenza religiosa”, benedire le troppe bare per l’ultimo viaggio, essere vicino all’unico familiare ammesso per l’ultimo saluto ...

Il mio pregare ha così perso lo smalto e la convinzione della sua forza.

Questa mattina presto, come faccio con più assiduità in questi tempi, mi sono messo davanti a Te nella chiesa Maria madre della Vita, vuota di persone ma abitata da Te e da tua madre nel grande mosaico absidale, per “guardarti diritto negli occhi” e imbastire le mie richieste anche a nome di chi avevo incontrato precedentemente.

Quasi all’Improvviso ho cominciato a ripensare a questo atteggiamento di stanchezza e sfiducia: non era forse il frutto dell’atteggiamento di chi pretende sempre il risultato, di chi vuole passare subito “all’incasso”, un incasso che fino ad ora non c’è mai stato?

Non so bene perché ho continuato a pregarti in questo tempo senza tempo nonostante la “mancanza” di risultati tangibili. Forse l’ho fatto nella convinzione che nella preghiera ci sei di mezzo Tu e con Te, essendo prete, era meglio continuare a “giocare anche in perdita”.

Sicuramente questa fatica è stata la molla che mi ha spinto a mettere in crisi la mia preghiera: forse fino ad ora non avevo ancora sperimentato veramente la sua forza perché non avevo compreso che per pregare dovevo guardare a Te nell’imminenza della passione: “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito”. (Eb 5,7)

E Dio ti ha esaudito non risparmiandoti la croce, ma aiutandoti nell’ora della prova estrema ad essere fedele fino all’ultimo alla tua missione, tanto che poi dopo aver pregato ti sei affidato totalmente a Lui: “Padre non la mia ma la tua volontà” (Lc 22,42).

Mentre Tu in questa estrema angoscia ti sei affidato alla volontà del Padre il mio pregare aveva invece la continua pretesa di suggerire a Dio quello che doveva fare. Un Dio che per essere Dio, doveva piegarsi immediatamente alle mie richieste, quasi al mio ricatto.


DIO NON È IMPREPARATO

In questo tempo di “grande tribolazione” dove non i numeri ma le bare racchiudono vite impietosamente stroncate con i loro nomi, le loro storie, i loro sogni, i loro amori … mi accompagna con frequenza la meditazione di alcuni versetti di Salmi tra cui questi che sottolineano come la vita sia fragile:

Ecco, di pochi palmi hai fatto i miei giorni, è un nulla per te la durata della mia vita. Sì, è solo un soffio ogni uomo che vive”. (Sal 39,6).

Proprio quando le risorse umane non sono in grado di trovare soluzioni soddisfacenti ad emergenze impreviste si fanno avanti la paura e la fragilità, continuamente ignorate nei momenti di successo.

Così questo “ospite non invitato”, invisibile ad occhio nudo, ha fatto deflagrare queste dimensioni sommerse ed ha messo impietosamente sotto i nostri occhi l’impreparazione e, per ora, l’incapacità ad affrontarlo ad armi pari.

Sì, “l’uomo è come un soffio, i suoi giorni come ombra che passa” (Sal 144,4). Questa realtà, come ci ricorda il salmista senza giri di parole, ci appartiene e proprio a causa di questo Dio si trattiene dal punire: “Molte volte trattenne la sua ira e non scatenò il suo furore; ricordava che essi sono di carne, un soffio che va e non ritorna”. (Sal 78,38-39).

Dio sa fin dall’inizio – è stato lui a “farci” - che siamo fragili mentre noi lo neghiamo continuamente o almeno lo ignoriamo per non essere costretti a “fermarci” e a porre domande di senso.

E così mentre noi di fronte a questa esplosione rimaniamo muti, impauriti, pronti a ricorrere acriticamente a tutto ciò che può trarci d’impaccio, Lui da sempre aveva preparato un rimedio. La fragilità che ci porta alla morte Lui l’ha superata e vinta con la Pasqua di suo figlio.

Questo suo figlio, preda della morte in quella sera di venerdì, - da quel giorno chiamato santo per la morte di un Dio, - è stato pure Lui portato via di fretta nel sepolcro, come oggi tanti nostri fratelli e sorelle, ma nel silenzio del sepolcro è scaturita la Vita che non muore. Una vita che ha dietro le spalle la morte e che da allora è donata a tutti coloro che si affidano a Lui. Lo proclama esplicitamente il nostro credo: “Discese agli inferi” non per rimanervi, ma per dare la Vita dove non c’è più vita.

Questo è il rimedio del nostro Dio per l’estrema fragilità umana.

SOLI NELLA SOLITUDINE

La solitudine è una dimensione della vita, ricercata a volte, ma anche subita per eventi che ci soverchiano. Questa esperienza può essere positiva quando permette di “liberarsi” da troppi impegni e rincorse affannose così da percepire lo “spessore” del tempo e porre lo sguardo su sé stessi e scoprire il senso dell’agire e dello stare al mondo.

Vivere questa solitudine è una grazia perché non porta “all’isolamento” ma permette di dare valore a rapporti troppo spesso frettolosi e formali con sé stessi, con le persone e le cose. È una solitudine ritempra ed apre una porta nuova per “rientrare” nella “normalità” della vita, carichi finalmente di uno sguardo nuovo e di un’attenzione diversa che non privilegiano più “l’attimo fuggente” perché non più monetizzato ma percepito come dono. Tutti abbiamo bisogno di questa solitudine per arricchire in umanità e verità.

Ma c’è anche una solitudine “malata” che, interrompendo i rapporti con “l’esterno” senza alcuna apparente vera ragione, piano piano riversa il rapporto unicamente su sé stessi. Vari i fattori che fanno virare in questa direzione, all’inizio difficilmente percepibili. Il risultato è però una “stanchezza esistenziale” che, subdolamente, dilaga in un vissuto che non è più in grado di attingere all’ottimismo.

L'essenza dell'ottimismo non è soltanto guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale, la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tenere alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, il futuro lo rivendica a sé” (D. Bonhoeffer).

Questa solitudine rinchiude dentro sé stessi e fa scivolare lentamente verso un baratro non percepito. Così improvvisamente ci si trova soli senza nemmeno la forza di gridare: “Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?” (Rom 7,24).

Chi lascia aperto il cuore a questa “solitudine malata” cercherà disperatamente in sé stesso la chiave per riaprire la porta, ma non la troverà e la conclusione sarà l’amarezza di non percepire la vita come dono, ma unicamente come un fardello da “scaricarsi di dosso” appena possibile.

In questo tempo di pandemia il compito che mi sembra importante ogni giorno è cercare di percepire “queste solitudini malate”, celate ad uno sguardo “di passaggio”, ed entrare in questo buio per rischiararle con il silenzio, la parola, un gesto prima che sia troppo tardi.

CORONAVIRUS E QUARESIMA

In questa esperienza di pandemia umanamente disumana per le conseguenze drammatiche e per la nostra impotenza nell’affrontarla, sperimentiamo in modo imprevisto la realtà del “deserto”: strade e piazze deserte, luoghi di lavoro, studio, svago deserti, relazioni amicali e parentali deserte, ricoveri ospedalieri deserti di incontri inibiti al contatto ... ed anche solitudine nella morte.

L’esperienza del deserto è caratterizzata unicamente da mancanza, privazione, solitudine e fatica. Inoltrarsi in questo tempo e questo spazio senza intravederne il termine genera paura, angoscia ...

Ma c’è un altro deserto, annunciato dal tempo di Quaresima, che ci viene chiesto di attraversare: il deserto di Dio, un deserto caratterizzato dall’assenza dell’uomo ma abitato da Lui. Proprio l’assenza di uomini e cose fa emergere la sua presenza quasi sempre ignorata.

Inoltrarsi in questo deserto non è però a senso unico.

Può essere il luogo della tentazione, quando per mancanza di tutto quello che normalmente abbiamo, accusiamo Dio: Perché ci hai condotto qui?

Ma può essere luogo di vero “fidanzamento” con Lui, perché spogliati di tutto, ci affidiamo completamente a Lui:

Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore, mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio; mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo”. (Sal 18,3)

CORONAVIRUS E PENTECOSTE

In questo tempo in cui abbiamo sperimentato tante realtà inedite, e spesso destabilizzanti, anche “la pratica” religiosa ha subito profondi “mutamenti strutturali” dovuti all’impossibilità di presenziare.

E così l’Eucaristia e l’annuncio della Parola, “pane quotidiano”, sono diventati digiuno, in attesa di poterci “saziare” di nuovo. Già il profeta Amos diceva:

Ecco, verranno giorni - oracolo del Signore Dio - in cui manderò la fame nel paese; non fame di pane né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore” (Am 8,11).

Anche noi abbiamo vissuto questa esperienza e sentiamo la gioia di questo nuovo ritrovarci attorno alla mensa eucaristica.

Con questa stessa novità del cuore possiamo celebrare la Pentecoste, la festa dell’effusione dello Spirito.

Lo Spirito è l’Amore personificato del Padre e del Figlio che

il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26), “Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi” (14,17).

L’amore di Dio è reso in maniera significativa dal Cantico dei Cantici che lo celebra nella concretezza delle sue passioni, dei suoi profumi, dei suoi incontri ed abbracci.

Decliniamolo anche noi per vivere questo tempo liberi da inutili paure, non più chiusi in noi stessi come i discepoli nel Cenacolo per paura dei Giudei, ma trasformati e purificati da questa forza divina:

Ora l’amato mio prende a dirmi: «Alzati, amica mia, mia bella, e vieni, presto!” (CC 2,10) .

Prestiamo ascolto alla voce dello Spirito che ci fa “rivedere” la vita nella sua bellezza:

Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Il fico sta maturando i primi frutti e le viti in fiore spandono profumo. Alzati, amica mia, mia bella, e vieni, presto!” (CC2,11-13) .

È l’invito a celebrare la Pentecoste con nel cuore “il fuoco dello Spirito” che, allorché accettiamo di gettare nella forgia il ferrovecchio della vita, in principio fa male perché brucia le scorie, ma poi lo trasforma e lo rimodella in una nuova lucentezza per una nuova avventura.

... RINASCERE OGGI

Rinascere, da cui si è mutuato il termine Rinascimento, periodo unico e fecondo della nostra storia, è un’espressione che certifica un complesso cambiamento di atteggiamenti e sentimenti nei confronti della vita.

È difficile descrivere compiutamente le realtà evocate da questo termine perché attinge alle dimensioni spirituali, intellettive ed operative della persona.

Proprio in ambito religioso “rinascere” ha assunto un significato prettamente spirituale in quanto indica un cambiamento “esistenziale” nel “vedere” e riconoscere gli eventi:

«In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3,3).

Un processo non facilmente descrivibile e comprensibile se non per “immagini” perché attinge al “mistero” della persona, tanto che, come racconta l’incontro notturno di Gesù con Nicodemo, dottore della Legge, nasce la domanda:

«Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». (Gv 3,4). E Gesù: «Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,7-8).

Per rinascere bisogna essere “toccati” da eventi che mettono in moto le dimensioni più profonde e spingono, se non repressi, ad una decisione.

Questi eventi possono essere anche “esperienze di buio”. Se il buio in un primo tempo narcotizza i problemi perché li sottrae allo sguardo, poi inevitabilmente li fa emergere in una sofferenza che, facendosi sempre più acuta, provoca un grido di disperazione che può innescare O la decisione di rimettersi a sperare o di lasciarsi risucchiare dal gorgo.

Oggi mi sembra prioritario rinascere dalla paura, paura soprattutto del morire, veicolata dai numeri dei morti e dalle tragiche immagini delle bare sui camion. Una paura che soffoca ogni “ragionevole” rapporto che plasticamente si manifesta, pur quando si rispettano le misure di distanziamento, nello scansarsi vistosamente o in scelte di “reclusione” volontaria. Così si mina alla radice la fiducia nella possibilità di una nuova vita comunitaria.

Il vero antidoto a questa paura sta nella forza di “ricreare” nuove modalità di incontro. Siamo stati “costretti” a reinventare l’accesso agli ambienti di pubblica utilità e di lavoro, a ritornare a pregare nelle chiese, a frequentare gli spazi aperti .... Non lasciamoci scippare la possibilità di reinventare una nuova socialità forse più genuina e più vera dopo tanto digiuno.

Esserne coscienti significa vivere questa realtà che ci ha accompagnato per tanto tempo non solo come “esperienza di morte”, ma possibilità anche di “risurrezione”.

RIPARTENZA … DA … PER …

È l’annuncio più atteso da tanto tempo. Ogni ripartenza si radica in una “sosta”. Abbiamo dovuto fermarci e rinunciare a tutto ciò che era familiare e spontaneo. Ora si riparte: verso dove? Con quali gli progetti, attese?

Se la sosta non ha aiutato a valutare i limiti, ma anche a valorizzare i pregi, del cammino finora intrapreso è altamente probabile che, presto o tardi, ne arriverà ancora un’altra con tutte le conseguenze sperimentate o forse anche maggiori.

È “da saggi” progettare una ripartenza personale e sociale che alla luce di questa esperienza confermi direzioni da mantenere e altre da abbandonare drasticamente.

Sicuramente sarà necessario abbandonare la presunzione “dell’onnipotenza delle nostre attuali conoscenze”. Siamo stati trovati sorpresi ed impreparati ed abbiamo dovuto metterci in ricerca per “capire”.

Da qui la necessità di relativizzare certi modelli di vita per integrarli con la “complessità dell’esistente”, non lasciandoci tiranneggiare dalla dimensione economica. Abbandoniamo la falsa pretesa di ritenerci unici fruitori del creato perché in possesso di “tecnica”.

Una ripartenza nuova è possibile “nell’umiltà” rispettosa della coesistenza.

Riscoprire i rapporti interpersonali, che abbiamo spesso banalizzato con lo stereotipo del “non avere” mai tempo a sufficienza, ma valorizzandoli con la “sosta”. Siamo stati costretti a sperimentare lo “spessore” delle ore, delle settimane, dei mesi ... Non possiamo dimenticarcelo come se fosse stato un brutto sogno. Quanta sofferenza e fatica nel “portare” il peso del “tempo recluso” e quale gioia nel riassaporare l’attesa del tempo libero da vincoli per riconoscersi, abbracciarsi, frequentarsi.

Rivivere con “spirito nuovo” gli impegni quotidiani: il lavoro, la scuola, gli spazi di relax, la libertà di movimento ... Ritorneremo, speriamo presto, a queste possibilità, ma possiamo “infondere in loro uno spirito nuovo” che dia senso alla fatica, alla gioia, alla libertà.

Abbiamo poi conosciuto da vicino la “presenza della morte” e abbiamo sentito lo strazio per tanta solitudine che veniva veicolata dalle immagini dei reparti ospedalieri, dall’impossibilità di un ultimo saluto addirittura lontano da casa ...

Ripartiamo con la speranza nel cuore e la certezza di poter creare un nuovo modo di vivere e, per chi è credente, scoprire che Dio non ci ha mai abbandonato e che anche il venire meno di tante “pratiche religiose” sono state un invito a riscoprirlo nella preghiera familiare e a chinarci di più “sull’uomo”:

Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede”. (1Gv 4,20)

VERSIONE PDF :

Coronavirus_esperienza_di_vita.pdf