CORONAVIRUS: DIO NON È IMPREPARATO

Fino a poco tempo fa eravamo informati sulla realtà pandemica unicamente dai libri e, per chi tra noi ha una certa età, dai racconti di nonni che erano sopravvissuti alla terribile “spagnola”.

Ora ha fatto irruzione tra noi, in maniera imprevista sorprendendoci, con smarrimento, “a corto di conoscenze” al suo riguardo.

Ci siamo trovati immersi in questa realtà terribile e sconosciuta, affrontata “dal sapere medico” mai in maniera così disunivoca, tanto da provocare sconcerto e mancanza di direzionalità.

Questi appunti sono nati all’interno dell’ambito ospedaliero da chi, credente, si è “trovato” ad “abitare” questo tempo e questo luogo con la “missione di cappellano”, così da poter offrire a tutti — credenti o non credenti — la possibilità di riscoprire il proprio nucleo valoriale di riferimento, l’unica risorsa che permette di affrontare “la malattia” , soprattutto se severa, con la certezza che il tempo vissuto non è trascorso invano.

ESPERIENZA DI VITA

Già da mesi siamo in piena emergenza covid 19. Si era affacciato all’orizzonte già da tempo, prima in Cina in modo virulento, mentre a noi giungeva solo l’eco di questa grande bufera che di lì a poco ci avrebbe travolto. Una bufera che ha coinvolto tutti all’improvviso, sovvertendo in un batter di ciglio comportamenti personali e sociali.

Se in un primo tempo la chiusura delle scuole e di alcune attività produttive aveva palesato un nuovo modo di trascorrere la giornata, le misure coercitive di distanza sociale e religiosa hanno sconvolto fin nel profondo, creando smarrimento e stress.

Ma l’impatto più devastante è avvenuto a livello sanitario, di cui ho potuto avere contezza diretta: malati in apnea in numero esorbitante, tanto da non avere spazi per accoglierli e gestirli senza sapere come e “a corto” anche di sistemi protettivi personali.

Un virus sconosciuto faceva irruenza senza trovare alcuna resistenza che potesse in qualche modo arginarlo: disarmati e sconcertati.

Siamo tutti al corrente “dall’esterno” come si sia evoluta la situazione degli ospedali. Oltre a “racconti sporadici” di chi ha potuto contattare operatori sanitari sul campo e “pazienti che ce l’hanno fatta” sono state “le dimensioni umane e spirituali” che hanno caratterizzato questo “spazio”.

Innanzitutto la distanza. Tutto doveva essere “protetto”. Il proprio corpo in tutte le sue parti per “rischio contatto”. Si faceva fatica a capire l’identità di chi ti stava accanto. E così sulle tute compariva il nome a pennarello per riconoscersi facilmente. Restavano gli occhi, protetti da occhiali o maschera, con cui comunicare la fatica, la forza di non arrendersi allo stress, il dolore per chi stava per “partire” per il “grande viaggio” della vita e la rabbia per l’impotenza.

E poi la profonda umanità. Di fronte a “malati blindati” per settimane senza possibilità di contatto con i parenti, l’essere pronti a chinarsi su di loro a prestare non solo le cure ma a diradare la solitudine di affetti: carezze mediate necessariamente dai guanti di protezione che però giungevano al cuore, parole di incoraggiamento, occhi che brillavano di speranza quando il respiro si faceva meno affannoso … ed anche l’ultimo saluto per chi si congedava dalla vita in solitudine.

Ed ancora un grande rispetto per l’esperienza di fede del malato. Chiamare il prete per “l’Unzione degli Infermi” e pronti, in caso di difficoltà di accesso soprattutto nelle Terapie intensive, a pregare insieme sulla soglia portando poi loro il segno del sacramento celebrato è stato il riconoscimento della “ministerialità” dei battezzati e, forse, non solo di loro.

Proprio nei confronti dei parenti di chi ci ha lasciato ho potuto portare la “vicinanza” di tutti noi, soprattutto di chi si è prodigato nell’assistenza, e la presenza del Signore nella preghiera umile e semplice del saluto della liturgia: “In Paradiso ti accompagnino gli Angeli, al tuo arrivo ti accolgano i martiri e ti conducano nella santa Gerusalemme”.

Questo nuovo modo di rapportarsi, nonostante la distanza necessaria prodotta dalla pandemia, ha generato una vicinanza diversa e più evidente tra tutti noi: il saluto e l’incoraggiamento nelle pause in cui scaricare lo stress, il guardarsi negli occhi, a volte anche velati da lacrime trattenute, il lasciarsi andare a confidenze che in altri tempi non sarebbero state possibili, mi “hanno detto” che ci vogliamo bene, che possiamo volerci bene e che qualcosa di buono in questo tempo lo possiamo costruire.

QUANTA FATICA

Quanta fatica, Signore, a pregarti in questi giorni. Sei certamente “al corrente”, per le tante preghiere che salgono a Te, della pandemia che mette in crisi le nostre certezze e dei tanti lutti che segnano le nostre famiglie e città.

Ogni giorno, per le “tante preghiere” della tua e nostra Chiesa, ho aspettato il grido gioioso: “Ecco ho ascoltato il vostro grido” ... ed invece fino ad ora non è accaduto nulla.

E così il mio pregare ha cominciato a “snodarsi” con poca convinzione, come una cosa tra le altre che mi trovo a fare in questo tempo qui in ospedale: indossare puntigliosamente la mascherina protettiva prima di “abitare” gli ambienti, essere disponibile “all’emergenza religiosa”, benedire le troppe bare per l’ultimo viaggio, essere vicino all’unico familiare ammesso per l’ultimo saluto ...

Il mio pregare ha così perso lo smalto e la convinzione della sua forza.

Questa mattina presto, come faccio con più assiduità in questi tempi, mi sono messo davanti a Te nella chiesa Maria madre della Vita, vuota di persone ma abitata da Te e da tua madre nel grande mosaico absidale, per “guardarti diritto negli occhi” e imbastire le mie richieste anche a nome di chi avevo incontrato precedentemente.

Quasi all’Improvviso ho cominciato a ripensare a questo atteggiamento di stanchezza e sfiducia: non era forse il frutto dell’atteggiamento di chi pretende sempre il risultato, di chi vuole passare subito “all’incasso”, un incasso che fino ad ora non c’è mai stato?

Non so bene perché ho continuato a pregarti in questo tempo senza tempo nonostante la “mancanza” di risultati tangibili. Forse l’ho fatto nella convinzione che nella preghiera ci sei di mezzo Tu e con Te, essendo prete, era meglio continuare a “giocare anche in perdita”.

Sicuramente questa fatica è stata la molla che mi ha spinto a mettere in crisi la mia preghiera: forse fino ad ora non avevo ancora sperimentato veramente la sua forza perché non avevo compreso che per pregare dovevo guardare a Te nell’imminenza della passione: “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito”. (Eb 5,7)

E Dio ti ha esaudito non risparmiandoti la croce, ma aiutandoti nell’ora della prova estrema ad essere fedele fino all’ultimo alla tua missione, tanto che poi dopo aver pregato ti sei affidato totalmente a Lui: “Padre non la mia ma la tua volontà” (Lc 22,42).

Mentre Tu in questa estrema angoscia ti sei affidato alla volontà del Padre il mio pregare aveva invece la continua pretesa di suggerire a Dio quello che doveva fare. Un Dio che per essere Dio, doveva piegarsi immediatamente alle mie richieste, quasi al mio ricatto.

DIO NON È IMPREPARATO

In questo tempo di “grande tribolazione” dove non i numeri ma le bare racchiudono vite impietosamente stroncate con i loro nomi, le loro storie, i loro sogni, i loro amori … mi accompagna con frequenza la meditazione di alcuni versetti di Salmi tra cui questi che sottolineano come la vita sia fragile:

Ecco, di pochi palmi hai fatto i miei giorni, è un nulla per te la durata della mia vita. Sì, è solo un soffio ogni uomo che vive”. (Sal 39,6).

Proprio quando le risorse umane non sono in grado di trovare soluzioni soddisfacenti ad emergenze impreviste si fanno avanti la paura e la fragilità, continuamente ignorate nei momenti di successo.

Così questo “ospite non invitato”, invisibile ad occhio nudo, ha fatto deflagrare queste dimensioni sommerse ed ha messo impietosamente sotto i nostri occhi l’impreparazione e, per ora, l’incapacità ad affrontarlo ad armi pari.

Sì, “l’uomo è come un soffio, i suoi giorni come ombra che passa” (Sal 144,4). Questa realtà, come ci ricorda il salmista senza giri di parole, ci appartiene e proprio a causa di questo Dio si trattiene dal punire: “Molte volte trattenne la sua ira e non scatenò il suo furore; ricordava che essi sono di carne, un soffio che va e non ritorna”. (Sal 78,38-39).

Dio sa fin dall’inizio – è stato lui a “farci” - che siamo fragili mentre noi lo neghiamo continuamente o almeno lo ignoriamo per non essere costretti a “fermarci” e a porre domande di senso.

E così mentre noi di fronte a questa esplosione rimaniamo muti, impauriti, pronti a ricorrere acriticamente a tutto ciò che può trarci d’impaccio, Lui da sempre aveva preparato un rimedio. La fragilità che ci porta alla morte Lui l’ha superata e vinta con la Pasqua di suo figlio.

Questo suo figlio, preda della morte in quella sera di venerdì, - da quel giorno chiamato santo per la morte di un Dio, - è stato pure Lui portato via di fretta nel sepolcro, come oggi tanti nostri fratelli e sorelle, ma nel silenzio del sepolcro è scaturita la Vita che non muore. Una vita che ha dietro le spalle la morte e che da allora è donata a tutti coloro che si affidano a Lui. Lo proclama esplicitamente il nostro credo: “Discese agli inferi” non per rimanervi, ma per dare la Vita dove non c’è più vita.

Questo è il rimedio del nostro Dio per l’estrema fragilità umana.

SOLI NELLA SOLITUDINE

La solitudine è una dimensione della vita, ricercata a volte, ma anche subita per eventi che ci soverchiano. Questa esperienza può essere positiva quando permette di “liberarsi” da troppi impegni e rincorse affannose così da percepire lo “spessore” del tempo e porre lo sguardo su sé stessi e scoprire il senso dell’agire e dello stare al mondo.

Vivere questa solitudine è una grazia perché non porta “all’isolamento” ma permette di dare valore a rapporti troppo spesso frettolosi e formali con sé stessi, con le persone e le cose. È una solitudine ritempra ed apre una porta nuova per “rientrare” nella “normalità” della vita, carichi finalmente di uno sguardo nuovo e di un’attenzione diversa che non privilegiano più “l’attimo fuggente” perché non più monetizzato ma percepito come dono. Tutti abbiamo bisogno di questa solitudine per arricchire in umanità e verità.

Ma c’è anche una solitudine “malata” che, interrompendo i rapporti con “l’esterno” senza alcuna apparente vera ragione, piano piano riversa il rapporto unicamente su sé stessi. Vari i fattori che fanno virare in questa direzione, all’inizio difficilmente percepibili. Il risultato è però una “stanchezza esistenziale” che, subdolamente, dilaga in un vissuto che non è più in grado di attingere all’ottimismo.

L'essenza dell'ottimismo non è soltanto guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale, la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tenere alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, il futuro lo rivendica a sé” (D. Bonhoeffer).

Questa solitudine rinchiude dentro sé stessi e fa scivolare lentamente verso un baratro non percepito. Così improvvisamente ci si trova soli senza nemmeno la forza di gridare: “Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?” (Rom 7,24).

Chi lascia aperto il cuore a questa “solitudine malata” cercherà disperatamente in sé stesso la chiave per riaprire la porta, ma non la troverà e la conclusione sarà l’amarezza di non percepire la vita come dono, ma unicamente come un fardello da “scaricarsi di dosso” appena possibile.

In questo tempo di pandemia il compito che mi sembra importante ogni giorno è cercare di percepire “queste solitudini malate”, celate ad uno sguardo “di passaggio”, ed entrare in questo buio per rischiararle con il silenzio, la parola, un gesto prima che sia troppo tardi.

CORONAVIRUS E QUARESIMA

In questa esperienza di pandemia umanamente disumana per le conseguenze drammatiche e per la nostra impotenza nell’affrontarla, sperimentiamo in modo imprevisto la realtà del “deserto”: strade e piazze deserte, luoghi di lavoro, studio, svago deserti, relazioni amicali e parentali deserte, ricoveri ospedalieri deserti di incontri inibiti al contatto ... ed anche solitudine nella morte.

L’esperienza del deserto è caratterizzata unicamente da mancanza, privazione, solitudine e fatica. Inoltrarsi in questo tempo e questo spazio senza intravederne il termine genera paura, angoscia ...

Ma c’è un altro deserto, annunciato dal tempo di Quaresima, che ci viene chiesto di attraversare: il deserto di Dio, un deserto caratterizzato dall’assenza dell’uomo ma abitato da Lui. Proprio l’assenza di uomini e cose fa emergere la sua presenza quasi sempre ignorata.

Inoltrarsi in questo deserto non è però a senso unico.

Può essere il luogo della tentazione, quando per mancanza di tutto quello che normalmente abbiamo, accusiamo Dio: Perché ci hai condotto qui?

Ma può essere luogo di vero “fidanzamento” con Lui, perché spogliati di tutto, ci affidiamo completamente a Lui:

Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore, mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio; mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo”. (Sal 18,3)

CORONAVIRUS E PENTECOSTE

In questo tempo in cui abbiamo sperimentato tante realtà inedite, e spesso destabilizzanti, anche “la pratica” religiosa ha subito profondi “mutamenti strutturali” dovuti all’impossibilità di presenziare.

E così l’Eucaristia e l’annuncio della Parola, “pane quotidiano”, sono diventati digiuno, in attesa di poterci “saziare” di nuovo. Già il profeta Amos diceva:

Ecco, verranno giorni - oracolo del Signore Dio - in cui manderò la fame nel paese; non fame di pane né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore” (Am 8,11).

Anche noi abbiamo vissuto questa esperienza e sentiamo la gioia di questo nuovo ritrovarci attorno alla mensa eucaristica.

Con questa stessa novità del cuore possiamo celebrare la Pentecoste, la festa dell’effusione dello Spirito.

Lo Spirito è l’Amore personificato del Padre e del Figlio che

il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26), “Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi” (14,17).

L’amore di Dio è reso in maniera significativa dal Cantico dei Cantici che lo celebra nella concretezza delle sue passioni, dei suoi profumi, dei suoi incontri ed abbracci.

Decliniamolo anche noi per vivere questo tempo liberi da inutili paure, non più chiusi in noi stessi come i discepoli nel Cenacolo per paura dei Giudei, ma trasformati e purificati da questa forza divina:

Ora l’amato mio prende a dirmi: «Alzati, amica mia, mia bella, e vieni, presto!” (CC 2,10) .

Prestiamo ascolto alla voce dello Spirito che ci fa “rivedere” la vita nella sua bellezza:

Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Il fico sta maturando i primi frutti e le viti in fiore spandono profumo. Alzati, amica mia, mia bella, e vieni, presto!” (CC2,11-13) .

È l’invito a celebrare la Pentecoste con nel cuore “il fuoco dello Spirito” che, allorché accettiamo di gettare nella forgia il ferrovecchio della vita, in principio fa male perché brucia le scorie, ma poi lo trasforma e lo rimodella in una nuova lucentezza per una nuova avventura.

NON CALPESTATE LA SPERANZA!

La speranza è da sempre considerata l’atteggiamento degli illusi, di chi non sa guardare in modo critico gli eventi.

Chi pensa di conoscere compiutamente la realtà nelle sue “regole” e per questo di avere a portata di mano le soluzioni, la deride come atteggiamento precritico ed inutile ad affrontare la realtà.

Ce ne siamo dimenticati tutti della speranza, una virtù “teologale” per il cristiano, perché non siamo più abituati a lasciarci sorprendere da Dio. L’abbiamo ingabbiato nei nostri schemi togliendogli la libertà di agire nel nostro mondo, nelle nostre vicende secondo il suo “schema” imprevedibile.

Eppure è lui l’autore di tutto! Certo rispettoso fino all’ultimo delle nostre libertà ma pronto a compromettersi nelle situazioni senza via d’uscita se lo chiamiamo in causa.

L’invito accorato a venire in nostro aiuto è la preghiera.

Il suo aiuto normalmente non stravolge la realtà nel suo percorso ma apre vie inedite per affrontarle.

E così in questo “tempo perturbato” la solidarietà che sembrava estirpata dal cuore umano rispunta proprio in questo terreno bruciato dalla paura.

Il lavoro, per tante categorie a contatto diretto con la pandemia, assume connotazioni umane fino ad ora impensabili.

Donazioni spontanee a favore di presidi medici e di sostegno alle associazioni di volontariato.

Riconoscersi “vicini” da balconi prima disabitati per la privacy ed ora pronti ad “esibirsi” di fronte a chi sta dall’altra parte della strada … L’aiuto concreto che Dio mi sta dando oggi è il dono di sperare in un modo nuovo di stare insieme e di amare la vita.

La preghiera che mi sento di rivolgere con più intensità è che nessuno calpesti questo tenero e fragile germoglio, ma lo curi perché possa portare frutto il più presto possibile.

... RINASCERE OGGI

Rinascere, da cui si è mutuato il termine Rinascimento, periodo unico e fecondo della nostra storia, è un’espressione che certifica un complesso cambiamento di atteggiamenti e sentimenti nei confronti della vita.

È difficile descrivere compiutamente le realtà evocate da questo termine perché attinge alle dimensioni spirituali, intellettive ed operative della persona.

Proprio in ambito religioso “rinascere” ha assunto un significato prettamente spirituale in quanto indica un cambiamento “esistenziale” nel “vedere” e riconoscere gli eventi:

«In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3,3).

Un processo non facilmente descrivibile e comprensibile se non per “immagini” perché attinge al “mistero” della persona, tanto che, come racconta l’incontro notturno di Gesù con Nicodemo, dottore della Legge, nasce la domanda:

«Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». (Gv 3,4). E Gesù: «Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,7-8).

Per rinascere bisogna essere “toccati” da eventi che mettono in moto le dimensioni più profonde e spingono, se non repressi, ad una decisione.

Questi eventi possono essere anche “esperienze di buio”. Se il buio in un primo tempo narcotizza i problemi perché li sottrae allo sguardo, poi inevitabilmente li fa emergere in una sofferenza che, facendosi sempre più acuta, provoca un grido di disperazione che può innescare O la decisione di rimettersi a sperare o di lasciarsi risucchiare dal gorgo.

Oggi mi sembra prioritario rinascere dalla paura, paura soprattutto del morire, veicolata dai numeri dei morti e dalle tragiche immagini delle bare sui camion. Una paura che soffoca ogni “ragionevole” rapporto che plasticamente si manifesta, pur quando si rispettano le misure di distanziamento, nello scansarsi vistosamente o in scelte di “reclusione” volontaria. Così si mina alla radice la fiducia nella possibilità di una nuova vita comunitaria.

Il vero antidoto a questa paura sta nella forza di “ricreare” nuove modalità di incontro. Siamo stati “costretti” a reinventare l’accesso agli ambienti di pubblica utilità e di lavoro, a ritornare a pregare nelle chiese, a frequentare gli spazi aperti .... Non lasciamoci scippare la possibilità di reinventare una nuova socialità forse più genuina e più vera dopo tanto digiuno.

Esserne coscienti significa vivere questa realtà che ci ha accompagnato per tanto tempo non solo come “esperienza di morte”, ma possibilità anche di “risurrezione”.

RIPARTENZA … DA … PER …

È l’annuncio più atteso da tanto tempo. Ogni ripartenza si radica in una “sosta”. Abbiamo dovuto fermarci e rinunciare a tutto ciò che era familiare e spontaneo. Ora si riparte: verso dove? Con quali gli progetti, attese?

Se la sosta non ha aiutato a valutare i limiti, ma anche a valorizzare i pregi, del cammino finora intrapreso è altamente probabile che, presto o tardi, ne arriverà ancora un’altra con tutte le conseguenze sperimentate o forse anche maggiori.

È “da saggi” progettare una ripartenza personale e sociale che alla luce di questa esperienza confermi direzioni da mantenere e altre da abbandonare drasticamente.

Sicuramente sarà necessario abbandonare la presunzione “dell’onnipotenza delle nostre attuali conoscenze”. Siamo stati trovati sorpresi ed impreparati ed abbiamo dovuto metterci in ricerca per “capire”.

Da qui la necessità di relativizzare certi modelli di vita per integrarli con la “complessità dell’esistente”, non lasciandoci tiranneggiare dalla dimensione economica. Abbandoniamo la falsa pretesa di ritenerci unici fruitori del creato perché in possesso di “tecnica”.

Una ripartenza nuova è possibile “nell’umiltà” rispettosa della coesistenza.

Riscoprire i rapporti interpersonali, che abbiamo spesso banalizzato con lo stereotipo del “non avere” mai tempo a sufficienza, ma valorizzandoli con la “sosta”. Siamo stati costretti a sperimentare lo “spessore” delle ore, delle settimane, dei mesi ... Non possiamo dimenticarcelo come se fosse stato un brutto sogno. Quanta sofferenza e fatica nel “portare” il peso del “tempo recluso” e quale gioia nel riassaporare l’attesa del tempo libero da vincoli per riconoscersi, abbracciarsi, frequentarsi.

Rivivere con “spirito nuovo” gli impegni quotidiani: il lavoro, la scuola, gli spazi di relax, la libertà di movimento ... Ritorneremo, speriamo presto, a queste possibilità, ma possiamo “infondere in loro uno spirito nuovo” che dia senso alla fatica, alla gioia, alla libertà.

Abbiamo poi conosciuto da vicino la “presenza della morte” e abbiamo sentito lo strazio per tanta solitudine che veniva veicolata dalle immagini dei reparti ospedalieri, dall’impossibilità di un ultimo saluto addirittura lontano da casa ...

Ripartiamo con la speranza nel cuore e la certezza di poter creare un nuovo modo di vivere e, per chi è credente, scoprire che Dio non ci ha mai abbandonato e che anche il venire meno di tante “pratiche religiose” sono state un invito a riscoprirlo nella preghiera familiare e a chinarci di più “sull’uomo”:

Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede”. (1Gv 4,20)

DI NUOVO COVID

Mi ritrovo ancora una volta a ricominciare come cappellano la dura esperienza del covid 19. Quante invocazioni si sono elevate a Dio nel tempo della prima pandemia quando ci siamo trovati impreparati: “In lui abbiamo sperato perché ci salvasse”. (Is 25,9).

Dopo i tempi bui abbiamo fatto propositi per una ripartenza nuova. Ma poi “solo per un momento ci siamo rallegrati” (Gv 5,35) alla luce di una libertà ritrovata a caro prezzo, senza tuttavia lasciarci insegnare “nel segreto del cuore la sapienza” (Salmo 51,8) della vita.

E così il virus ha ripreso a circolare quasi indisturbato con nuova virulenza, tanto da costringerci a nuove limitazioni di libertà personali. Reazioni scomposte stanno invadendo spazi e dibattiti pubblici rivendicano con noncuranza e maldestramente i diritti di quando “splendeva la luce”, non riconoscendo la sua presenza invasiva.

Ora i dati ossessivamente ripetuti dai media hanno precipitato il cuore nel buio …

Questa mattina nell’alba incipiente mentre attraversavo il cortile dell’ospedale osservavo ombre frettolose che si avviavano alla timbratura per iniziare il turno lavorativo. Emergevano dal buio solo mascherine bianche che sembravano danzare al rumore di passi cadenzati.

Basta poco – un pezzo di stoffa – per spezzare l’oscurità e per dire che inizia un nuovo giorno in cui, pur con fatica, si può coltivare la certezza che il buio non può inghiottire la vita dilagando indisturbato nel cuore.

LA CINEMATICA DEL LOCKDOWN

Pensando alle limitazioni generate dal lockdown mi è venuto spontaneo reinterpretarle alla luce dell'equazione spazio/tempo che la fisica usa per calcolare la velocità.

Spazio e tempo sono proprio le due coordinate che stanno caratterizzando il vivere nelle "zone rosse". In uno spazio limitato il tempo si dilata a dismisura e non potendolo "abitare" in tutta la sua estensione genera la "sedentarietà", non solo fisica ma soprattutto esistenziale.

Spazio infinitesimale/tempo dilatato = sedentarietà (velocità tendente a zero)

A livello fisico si costatano facilmente le conseguenze delle limitazioni delle attività, tanto da renderle a volte così insopportabili da sfociare in reazioni scomposte.

Ma la "sedentarietà esistenziale" è ancora più devastante perché rende amorfo il quotidiano, generando smarrimento e noia.

È possibile trovare nuove soluzioni all'equazione: spazio limitato/tempo "quasi" infinito?

La soluzione alternativa è passare dall'"homo faber" al "sapiens", dal fare all'essere.

Troppo spesso il vivere è ridotto al vedere, al conoscere e quasi mai al credere" (fidarsi), l'unica possibilità di intuire la profondità e la ricchezza di ogni relazione.

L'ATTESO DELL’AVVENTO

Mai come in questo tempo l’atteggiamento dell’attesa fa parte del quotidiano collettivo: attesa dello sblocco delle restrizioni che penalizzano pesantemente tutti i settori; l’attesa del “vaccino” per esorcizzare l'incubo di contrarre questa malattia …

Ma anche attese personali e cariche di significati emotivi: le festività di Natale con i loro “riti” più o meno consumistici, il ritrovarsi a tavola che, per la magia di questo tempo, diventa unica per regali scambiati, la possibilità di evadere …

Un’attesa che però può essere facilmente frustrata da comportamenti irresponsabili.

Anche la Chiesa celebra proprio in questo tempo l’Avvento, il tempo per eccellenza dell’Attesa non di qualcosa ma di Qualcuno che porterà a pienezza la nostra storia già da ora divenuta storia di grazia perché abitata dal Natale di Dio.

Quest’Atteso è certo e, a differenza delle nostre, non potrà essere frustrato perché Lui, il Signore, è fedele per sempre alla sua promessa.

DISTANZIAMENTO E … RESPONSABILITÀ

“Distanziamento” è diventato il refrain di questo tempo, il rimedio più efficace per contenere il fenomeno pandemico che stiamo affrontando per la seconda volta.

Distanziamento dal lavoro, dalla scuola, da incontri parrocchiali, da attività sportive, dai negozi …

Questa esperienza, che “alla lunga” è diventata frustrante, ha fatto emergere quanto sia preziosa ed essenziale alla vita la “vicinanza”.

E così quelle realtà che in tempi normali segnavano pesantemente l’inizio di ogni settimana (lavoro, scuola …) ora ci troviamo a reclamarle come l’aria quando respiriamo a pieni polmoni.

È proprio vero che solo quando una realtà, apparentemente normale e quotidiana, ci viene a mancare improvvisamente la riscopriamo preziosa e necessaria.

Riconquistarla, come ogni riconquista, esige impegno e sacrificio, e, in questo caso, il sacrificio della responsabilità.

Senza di essa scarichiamo cinicamente il peso della pandemia sulle spalle di donne e uomini che, in condizioni umane e fisiche quotidianamente provate, devono supplire alla nostra mancanza di responsabilità personale e collettiva.

Come mi sembra opportuno il richiamo di S. Paolo alle sue comunità:

Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo. (Gal 6,2)

PIANTO' LA SUA TENDA FRA NOI

Con la venuta di Gesù nella nostra storia a Betlemme è nata la festa del Natale. Il Vangelo ci racconta che questa nascita è avvenuta in una casa grotta perché, data la condizione prossima al parto di Maria, non c’era posto per loro nel “cataluma” (caravanserraglio).

Rileggendo questo racconto mi ha fatto riflettere il “non c’era posto per loro” e mi è venuto spontaneo pensare alla mancanza di posti nelle terapie intensive in questo periodo di pandemia.

E così i “tendoni”, piantati nei piazzali degli ospedali per accogliere i malati covid, li ho “rivissuti” come la casa grotta di Betlemme, dove la vita divenuta fragile viene riscaldata, come ci ricorda la tradizione del presepio con la presenza del bue e dell’asino, dal calore degli operatori vicini in questo tempo senza tempo, perché scandito unicamente dal sottile rumore di ventilatori e respiratori.

Lo spazio, senza alcun divisorio per permettere l’immediato intervento in caso di necessità, tanto da negare l’intimità alla nudità dei corpi accomunati dalla “fame” d’aria, mi dava l’impressione di stare all’aperto sotto il cielo. Eppure, entrando, ho percepito di essere accolto in una casa avvolto più che dal camice protettivo da presenze che dicevano attenzione, rispetto e condivisione tanto che senza alcun cenno ci siamo stretti nella preghiera attorno a chi ci stava lasciando per il passaggio ad una vita nuova.

In questo tendone ieri sera è risuonato in modo nuovo l’annuncio degli angeli a Betlemme: “Pace in terra agli uomini amati dal Signore”. Grazie per questo dono d'amore.

ULTIMO GIORNO DELL'ANNO

San Silvestro e san Valentino, i due santi del calendario che tutti ricordano in quanto legati a momenti particolari della vita sociale e personale.

Proprio nell'ultimo giorno dell'anno la Chiesa "canta" l'inno di ringraziamento a Dio: Te, Deum, laudamus.

Cosa c'è da ringraziare il Signore quest'anno così perturbato a tutti i livelli? È stata la domanda che mi rigirava continuamente nel cuore e che mi creava quasi un rifiuto a dover "pregare" questo inno questa sera perché mi sembrava di dover dire parole che non corrispondevano al sentire interiore.

E così sto cercando con ostinazione come fare per renderlo vero per unirmi a tutta la Chiesa che lo proclama.

In questo silenzio in cui sto facendo tacere la delusione mi sto accorgendo che in realtà ci sono eventi e persone per cui ringraziare il Signore.

Innanzitutto l'incessante preghiera della Chiesa che in questo tempo avvolge il mondo con l'intercessione ed avvolge anche me senza che mi accorgessi, sostenendo la mia fragilità nella fatica quotidiana di "stare" tra i malati per essere, a mia volta, intercessore per loro.

Ringraziare chi nelle corsie, avvolti dagli "scafandri" che limitano movimenti e le relazioni, si prodigano con competenza e soprattutto con umanità "a stare vicini" in questa solitudine esistenziale.

Ringraziare coloro che hanno "stanato" il virus nelle sue porte d'accesso e proprio al termine di questo anno stanno aprendo il cuore alla speranza.

Ringraziare chi "in prima linea" sta predisponendo la battaglia per batterlo sul campo aperto, non cedendo all'incomprensibile atteggiamento di chi, in retroguardia, vuole dettare le regole. Certo per vincere occorrono sempre sacrifici …

Ringraziare …

Sicuramente quanti altri motivi e persone scoprirò per cui ringraziare … ed allora questa sera, anche se il canto non è il mio forte, mi unirò al coro festoso di tutta la Chiesa.

Buon anno.

ASCOLTA, O DIO, LA MIA PREGHIERA

Orante: Io dico al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido».

Voce: Egli ti libererà dal laccio del cacciatore, dalla peste che distrugge. Ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio; la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza. Non temerai il terrore della notte né la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, lo sterminio che devasta a mezzogiorno...

Orante: «Sì, mio rifugio sei tu, o Signore!».

Voce: Tu hai fatto dell’Altissimo la tua dimora: non ti potrà colpire la sventura, nessun colpo cadrà sulla tua tenda. Egli per te darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie. Sulle mani essi ti porteranno, perché il tuo piede non inciampi nella pietra…

Dio: «Lo libererò, perché a me si è legato, lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome. Mi invocherà e io gli darò risposta; nell’angoscia io sarò con lui, lo libererò e lo renderò glorioso. Lo sazierò di lunghi giorni e gli farò vedere la mia salvezza». (Salmo 91)

Signore, nonostante la fatica di ogni giorno mi affido a Te. Le tante parole contradditorie non sono capaci di consolare perché pretendono di informare senza formare una coscienza capace di leggere gli eventi al di là del loro accadimento e così generano unicamente sconcerto.

Quanto mi consolano invece le poche parole scambiate negli incontri con le persone dove ogni discorso è rivestito di umanità, di paura certo, ma anche di speranza.

A tutti vorrei dire con la certezza della fede quanto Dio proclama nel salmo che questa domenica mattina mi fa compagnia.

"SI FECE BUIO SU TUTTA LA TERRA". (Mt 27,45 )

La pandemia è stata ed è ancora quell'evento che ha portato quel buio che ha sconvolto tutta la terra nella normalità dei suoi ritmi di vita.

Di fronte allo smarrimento ed all'incertezza nel cercare soluzioni che riaprissero alla vita, anch'io ho avvertito pesantemente i momenti del silenzio di Dio, un silenzio sconcertante, per me credente, perché ha promesso di essere con noi fino alla fine del tempo. L’immagine solitaria di papa Francesco sotto la pioggia nella piazza vuota è stata l'emblema di questo silenzio e di questa solitudine che però si è sciolto in preghiera.

Proprio per questo non mi sono rassegnato a questo silenzio, difficile da sopportare, ed ho cercato nel Vangelo la sua Parola. Anche Gesù nel momento tragico della morte esprime l’amarezza, la delusione: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.

E così mi sono sentito in comunione di amarezza e delusione con Gesù. Credere è, come afferma Paolo, vivere in Dio: “Sono stato crocifisso con Cristo". Ma poi Paolo continua: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (2Cor 11,23-30).

Sono "legato" a Cristo allora non solo nella sofferenza, nel dolore, ma anche in quel buio del sepolcro che è tempo di gestazione, un tempo che si svolge sempre nell'oscurità del grembo, in attesa del parto.

Questa certezza non mi toglie certo la pesantezza di questo “tempo di buio”, ma mi dà la possibilità di trovarne il senso perché prelude ad un futuro.