DIMENSIONE CREDERE

«Sono un figlio del secolo del dubbio e della miscredenza … Quali terribili sofferenze mi è costata – e mi costa tuttora – questa sete di credere” (Fëdor Dostoevskij)

La dimensione “antropologica” del credere

Se un uomo parte con delle certezze terminerà con dei dubbi, ma se si accontenta di cominciare con qualche dubbio, arriverà alla fine a qualche certezza” (Bacone).

Questo è l’unico itinerario che sfocia nella fede. Infatti il primo e vero approccio alla “dimensione credere”, nella sua più vasta accezione, non è questione di logica ma di cuore e il cuore non ha certezze perché ha i suoi sbandamenti, le sue riprese, le sue sorprese …

Quando guardi il sole, quell’atto si chiama vedere. Quando impari che la terra ruota attorno al sole perché la scienza lo dimostra, questo si chiama sapere. Ma se una donna/un uomo ti dice che ti ama e tu accetti questa parola questo si chiama credere.

Sapere è più bello che vedere. Ma credere è ancora più bello che sapere, poiché nell’atto di credere c’è tutto te stesso. Il vedere è un’operazione fatta dai sensi e il sapere un’operazione fatta dall’intelligenza, ma il credere è un’operazione fatta dalla realtà umana più profonda che è la

volontà di relazione. Infatti quando si dice «ci credo», ci si fida di una persona, di una parola, di una promessa anche se non la puoi verificare con certezza. Da qui la fragilità e la bellezza del credere. La fiducia sfocia sempre nella relazione perché l’uomo è troppo grande per bastare a sé stesso. (B. Pascale Pensées 434)tanto che la stessa origine della vita umana è frutto di una promessa scambiata ed accettata.

Tutti i momenti della vita sono un continuo rapportarsi agli altri. Non ce n'è uno che lo escluda perché senza un tu con cui dialogare c’è vuoto e senso di inutilità.

La pandemia ha fatto ricomprendere questo insopprimibile bisogno, acuendo la nostalgia e l’insopprimibile voglia di relazionarsi e comunicare. La comunicazione e l’incontro sono infatti aspetti nativi della persona. Si possono sopprimere solo con un atto personale diretto, affermando, magari anche in perfetta buona fede, una totale assenza di fini e valori. Un’affermazione comunque problematica perché deve fare “tacere a forza” l’anelito al futuro, all’”oltre”.

Una scelta che abroga ogni spazio “soprannaturale” declina inevitabilmente un’antropologia riduttiva confinando tendenzialmente la persona al mondo dei desideri e pulsioni da soddisfare presto e subito, dove ogni attimo non ha alcuna attinenza con il successivo. E la separatezza preclude all’esperienza, che appartiene solo a chi si ferma e dà continuità al proprio essere ed alle proprie azioni.

Se, invece, si accoglie la dimensione “fiduciale dell’esistere” l’essere persona viene declinato come tensione verso una meta, depositario ed attuatore di una progettualità, dove ogni attimo si ricollega al tutto dando forma ed armonia ad ogni evento come in un puzzle.

La dimensione “teologica” del credere.

In tutte le varie esperienze umane l’uomo si è rivolto alle divinità non perché le ha incontrate ma perché ha “avvertito” in qualche modo la loro presenza. La fede in un Dio, infatti, non pretende la visibilità e la certezza ma l’indicazione di senso per le realtà più profonde quali il dolore e la sofferenza innocente, la morte, il trionfo dell’ingiustizia … Interrogativi incalzanti per chi vive, non solo per chi muore.

«Ogni bambino che cresce fa domande a non finire. Per qualche tempo ogni risposta lo appaga, ma, facendosi adulto, l'uomo continua a porre le sue domande. Viene ad imbattersi così nella domanda sempre più grande di qualsiasi risposta che l'uomo si possa dare da solo: chi sono io? chi è l'uomo? .... Qual è il senso di questa vita? ... Questo stupore dell'uomo può manifestarsi con violenza fra i dodici e i vent'anni, quando i veli della coscienza infantile vengono lacerati e si ha l'impressione di vedere per la prima volta sé stessi e il mondo: nuovi, meravigliosi e tremendi. La domanda non scompare con l'età adulta e con l'approssimarsi della vecchiaia, si ripropone anzi continuamente e sempre sotto forma diversa .... L'uomo dotato di senso religioso interroga in modo diverso da colui che ha una mentalità più «terrestre». Il non-credente si pone la domanda diversamente dal credente. Chi si impegna a vivere secondo la propria coscienza interroga in modo differente da chi nemmeno ci si prova ... Tuttavia, in fondo, è sempre lo stesso enigma che si fa sentire dall'uomo ed esige una soluzione. Mai è una domanda che venga rivolta ad un

estraneo, ad uno che non vi sia interessato. Si tratta dello scopo della propria vita, della propria felicità». (Dal Catechismo Olandese)

Se Dio esiste perché non interviene prestando ascolto alle preghiere di tanti giusti? Abbiamo pregato e Dio non ha risposto. Abbiamo gridato ed egli è rimasto muto. Avremmo potuto dimostrargli che le nostre pretese sono modeste e che sono esaudibili, dal momento che lui è l'onnipotente ... Gli avremmo fatto vedere perché abbiamo già tutte le ragioni di essere disperati a causa del suo silenzio; avremmo posseduto un inesauribile materiale di documentazione: la preghiera inesaudita per i bambini morti di fame; … l'ingiustizia degli schiavi del lavoro, … dei disoccupati ... Gli avremmo fatto vedere, oltre alle nostre necessità esteriori, i tormenti interiori che non commuovono Dio, quei tormenti che sorgono dall'antico interrogativo, che fin dal tempo di Adamo, attende una risposta: Perché il ladro ha successo e l'uomo giusto è considerato uno sciocco? Perché cadono le stesse folgori sui buoni e sui peccatori? Perché sbagliano i padri e devono scontare i figli? Perché le bugie hanno le gambe così lunghe? Perché il possesso ingiusto prospera così bene? Perché la storia mondiale è un unico flusso di sciocchezze, bassezze, brutalità?». (K. Rahner)

Dio non impone mai la sua presenza per farsi accogliere ma rispetta la libertà lasciando tracce perché la nostalgia che alberga nella persona la spinga a ricercarlo.

La fede in questa ottica non è una realtà evanescente ma una prova d’amore perché, non imponendosi, affida a ciascuno la responsabilità del proprio destino. Discrezione è libertà di andare alla ricerca delle tracce che portano a Lui. Qui si manifesta il vero carattere del credere: camminare nella notte alla luce di una stella, come i magi.

Si può capire che un bambino abbia paura del buio ma non che un adulto abbia paura della luce nella notte!

Da questo desiderio di incontrare Dio “sono nate” le religioni, il modo cultuale con cui l’uomo si rapporta con la divinità, anche se Dio sta oltre.

“Fratello ateo, nobilmente pensoso, alla ricerca di un Dio che io non so darti, attraversiamo insieme il deserto. Di deserto in deserto, andiamo oltre la foresta delle fedi, liberi e nudi verso il nudo Essere, e là, dove la parola muore, abbia fine il nostro cammino”. (David Maria Turoldo, Canti ultimi)

Il frutto del “credere”: la speranza.

Accettare che la vita abbia un senso significa aprirsi alla speranza che è la passione per il bene possibile, per il sorriso possibile, per un mondo migliore possibile, ma anche attesa di un impossibile se è legata a un Dio.

Vivere nella speranza non significa però sognare ad occhi aperti un mondo migliore, ma avere uno sguardo che porta a vedere i semi di un “mondo nuovo” già presente nell’oggi: Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19)

Per questo sperare non è solo rischio ma certezza gioiosa di attendere e cogliere il frutto maturo che certamente verrà.

Oggi il nemico della speranza è l’indifferenza, il non-senso o quanto meno l’irrilevanza di senso. In questo tempo di crisi, caratterizzato da precarietà e imprevedibilità circa un futuro che sfugge al nostro controllo, si avvertono paura e angoscia e così ci si nutre di progetti a brevissima scadenza e non di speranza, quando basta poco per farla attecchire e rendere “bella” la vita.