Giuseppe, un padre educatore

Lettura del Vangelo secondo Matteo

Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù.

(Mt 1,19-25)

Per comprendere il testo evangelico

Giuseppe è definito “uomo giusto” non tanto perché “ripudiando in segreto” Maria non la esponeva ad una pubblica accusa, trasgredendo però la Legge, quanto piuttosto perché “a conoscenza” di questa maternità non voleva arrogarsi la paternità di questo bambino, figlio dell’Altissimo, di cui certamente Maria lo aveva messo al corrente.

Chi era lui per essere ritenuto degno di fare da padre al Messia?

Ma l’angelo in sogno gli chiede, avendo in Davide una lontana ascendenza, di prestarsi a donarla al figlio di Dio perché si compissero le Scritture.

E così, avendo compreso il mistero in cui veniva coinvolto, senza più alcuna remora “fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa”.

GIUSEPPE, UOMO DEL LAVORO

Giuseppe, un giovane come tanti di Nazareth, un oscuro villaggio della Galilea, che aveva dovuto imparare ben presto il mestiere perché, pur essendo discendente del casato del re Davide, non gli era rimasto nulla di quell’antica ricchezza. Chissà come era finito a Nazareth, pur conservando qualcosa al sole a Betlemme, il paese d’origine.

Qui viveva e lavorava come artigiano tutto fare. Allora non si era specializzati, ma tutti sapevano usare le mani e l’intelligenza che il buon Dio aveva dato. E poi ci si conosceva tutti ed una mano non la si rifiutava a nessuno. In paese era conosciuto come il falegname o il carpentiere. Questa professione era diventata il suo secondo nome, tanto che suo figlio, Gesù, quando, da grande, ritornerà in paese e tutti si meraviglieranno della sua sapienza e notorietà, verrà indicato come il figlio del carpentiere.

Giuseppe, un giovane uomo che non si lamenta delle avversità della vita che lo avevano ridotto a dover provvedere con il lavoro al sostentamento e che aveva imparato presto che la vita non ti regala niente, ma ti dà tutto se la sai accogliere come Provvidenza e con il cuore rivolto a quel Dio che dona la vita ai suoi figli non facendo mancare mai il pane, non si lascia travolgere da questa necessità ma lascia spazio anche al silenzio ed all’ascolto di Dio e degli altri.

Giuseppe, uomo del lavoro, che il Vangelo ti ricorda non per le parole ma per quello che hai fatto con le tue mani, insegnaci a lavorare con questa disponibilità. Il nostro lavoro è diventato un tiranno che non lascia tempo per la famiglia perché c'è il mutuo da pagare, perché le preoccupazioni del posto di lavoro assorbono la mente e il cuore così da non trovare una vera disponibilità al dialogo, perché i turni non rispettano più nemmeno le notti e i giorni di festa, quando è bello ritrovarsi nella casa di Dio a cantare le sue lodi o sulla piazza con gli amici per godere della comunione fraterna. San Giuseppe facci capire che il lavoro è un dono per vivere e per collaborare con responsabilità alla potenza creatrice di Dio, messa nelle nostre mani e non un tiranno a cui sacrificare anche gli affetti.

GIUSEPPE, UOMO DELLA FAMIGLIA

Giuseppe, un uomo con la testa sulle spalle, ha messo da parte un po’ di soldi perché presto vuole mettere su casa. Per questo ha guardato da tanto tempo, senza che lei se ne accorgesse, Maria, una giovane veramente brava del paese, che faceva al caso suo.

Oramai, dopo alcuni anni di fidanzamento, pur essendo molto giovani, (d’altronde si usava così), erano arrivati a decidere la data delle nozze. Un avvenimento per il paese perché tutti si conoscevano ed era anche l’occasione di gustare qualcosa di buono, tanto più che la festa durava una settimana. Gli amici fanno a gara a prenderlo in giro: “Vedrai che poi non potrai più essere libero come prima; non potrai venire con noi perché ti terrà in casa...”. In fondo invidiano Giuseppe che ha saputo conquistare quella ragazza che tutti vorrebbero.

Ma un imprevisto mette in discussione questa loro storia d’amore. Maria, una sera, tutta tremante ma profondamente contenta della risposta data all’angelo Gabriele, confida a Giuseppe di aver detto di sì a Dio che le chiedeva la disponibilità per un figlio che non sarebbe stato totalmente loro. Aveva detto di sì senza consultarlo, sicura che l’avrebbe capita.

Però quanti pensieri per la testa prima di decidersi a venirglielo a raccontare! Sarà capace Giuseppe di credere a questo Dio tante volte invocato insieme nella sinagoga, lui là davanti che qualche sabato fa aveva commentato “Ecco la giovane donna darà alla luce un figlio che sarà chiamato Emanuele, Dio con noi”, e lei, assieme alle donne, in fondo, dietro la grata, che lo guardava con occhi estasiati, sognando di essere scelti da Dio per diventare la famiglia del Messia.

Era un chiodo fisso anche per Giuseppe l’attesa del salvatore. Ne discuteva non solo con lei, ma anche con chi entrava nella sua bottega, perché tutto sembrava dire che i tempi erano maturi. “Era ora che finisse questa schiavitù dei romani”, diceva anche se lì in paese di soldati se ne vedevano pochi.

C’erano però gli esattori delle tasse che, con tracotanza, spremevano fino all’ultima lira. Certo, là sul lago, le cose non erano così tranquille: la tassa sulla fatica dei pescatori faceva imbestialire tanto da spingere alcuni, che anche lui conosceva, ad arruolarsi tra gli estremisti, gli zeloti. Non avevano tutti i torti. Ma forse la liberazione più vera era quella del cuore...

Da questa confidenza di Maria Giuseppe si accorge che Dio sta esaudendo la loro preghiera, ma in maniera imprevista. Per questo, dopo un momento di sconcerto, avverte il timore di non essere degno di fare il padre di questo bambino non pienamente loro. La prima reazione è troncare tutto, pur con la morte nel cuore, perché, da uomo giusto, non vuole arrogarsi questa paternità di fronte alla gente: lui è un povero diavolo mentre questo figlio è il Messia annunciato dalle antiche Scritture.

E allora cerca il modo di tirarsi indietro in punta di piedi, anche se questa rottura farà chiacchierare la gente, che non sa nulla di tutto questo. E’ determinato, quando in sogno si sente dire: “Giuseppe, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli salverà il suo popolo dai suoi peccati. Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa”.

Giuseppe, uomo della famiglia, che hai dato la precedenza a Dio anche nel progetto del matrimonio, sconvolgi la nostra vita fatta di troppi primi posti quando la parola “servizio” lascia a desiderare; quando non ci interessiamo troppo dell’educazione dei figli e ci chiudiamo nei nostri spazi e riti, quando, pur stanchi, non apprezziamo gli sforzi e la fatica di chi ci sta vicino in quei lavori e attenzioni che ci fanno stare bene; quando, per la pigrizia, non decidiamo di donare un’ora della settimana, la domenica, al Signore.

Facciamo fatica a pregarti, o Signore, perché ti sentiamo, più che Padre, un giudice lontano e solo quando abbiamo bisogno veniamo da Te non con la fiducia ma con l’idea di bussare invano alla tua porta. Giuseppe, uomo della famiglia, insegnaci la sapienza dell’ascolto prima che delle parole e allora tante nostre precedenze non saranno più così urgenti ed inderogabili!

GIUSEPPE, UOMO DELLA STRADA

Leggendo nei Vangeli la storia di quest’uomo, i momenti cruciali della sua vita hanno come sfondo una strada.

A quel tempo viaggiare non era così semplice perché era buona norma di prudenza aspettare di essere in carovana. Ma non sempre era possibile. C’erano urgenze che non ammettevano deroghe.

Giuseppe e Maria, data la gravidanza ormai avanzata, mai avrebbero pensato di partire da Nazareth per Betlemme se non ci fosse stato l’ordine perentorio dell’autorità romana, desiderosa di censire le proprietà per sempre nuove tasse. E così si ritrovano a percorrere, a dorso d’asino, questa lunga mulattiera che dalla Galilea porta in Giudea, con il rischio di dover partorire in viaggio questo figlio di cui solo loro due e la cugina Elisabetta conoscono la vera identità.

E dopo la fatica e il gran caldo della giornata ecco finalmente il caravanserraglio dove distendersi e passare la notte, assieme a tante altre famiglie che, davanti al fuoco, si raccontano le vicende prima di riprendere la strada.

Sicuramente questa giovane coppia, con Maria in quello stato, avrà attirato l’attenzione e la solidarietà. I poveri, coloro che conoscono la durezza della vita, sanno cosa sia la solidarietà senza averla mai imparata sui libri.

Giuseppe, rigirandosi nel cuore della notte in mille pensieri e stringendosi a Maria per proteggerla dal freddo, mentre le ultime scintille salgono verso il cielo in una danza di girandole, si sarà chiesto il perché di questa fatica che stava mettendo a rischio la vita del Messia. Era giusto ubbidire all’autorità romana o, forse, era questo il segno della ribellione che covava in tanti animi? Improvvisamente gli riecheggia nel cuore il canto delle antiche profezie: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei la più piccola tra i capoluoghi di Giuda, perché da te nascerà il Salvatore”. Dio lo vuole a Betlemme, la patria degli avi e ha scelto lui, Giuseppe, come padre legale per inserire Gesù nella discendenza di Davide, di cui è erede spiantato: “Un giovane leone è Giuda.... Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli”. Così anche l’impero romano, senza rendersene conto, ubbidisce a questa antica Parola.

La strada è ancora protagonista, quando, minacciato, è costretto a fuggire, nella notte, in Egitto perché Erode vuole uccidere il bambino. L’Egitto, segno dell’antica schiavitù, per arcano disegno, diventa luogo di salvezza. E così anche Gesù, ricapitolando l’antica storia del suo popolo, ripara in Egitto per essere richiamato a casa, nella terra che Dio ha dato ai padri: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”.

Questo ritorno a Nazareth segna l’inizio di una vita familiare scandita dal lavoro, dalla preghiera, dal pellegrinaggio a Gerusalemme, e dal crescere di Gesù in età, sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Giuseppe, uomo della strada, anche noi siamo sempre sulla strada per andare al lavoro, per divertirci, per comunicare ... Maciniamo migliaia di chilometri in poco tempo su comodi mezzi che raccorciano le distanze e ci raccontano di tanta gente.

Proprio sulle strade si consumano tanti drammi della vita: figli, appena giovani, falciati dal mito del dopo discoteca, giovani donne che vendono la loro umanità e dignità sfruttati dall’inganno di chi si approfitta della loro fragilità, ragazzi e ragazze che, non trovando senso, percorrono la strada della trasgressione...

La strada è stata per te il luogo dell’incontro con Dio e gli altri, il luogo dove hai compreso la sua parola e hai vissuto la solidarietà. Anche noi vogliamo che le piazze e le strade siano luogo di aggregazione e di gioia non di lutto e di disperazione, dove riscoprire la prossimità così da aprire l’uscio che, troppe volte, chiudiamo pesantemente dietro le richieste di aiuto.

Donaci il coraggio di forzare la pigrizia e andare per le strade e le piazze incontro alla gente, portando vita e speranza.

GIUSEPPE, PADRE ADOTTIVO

Giuseppe, accogliendo Maria come sposa, è consapevole della responsabilità che si assume nei confronti di Gesù. È già difficile fare da padre al figlio “della tua carne”, a maggior ragione ad un figlio non tuo e per di più figlio di Dio: “Quel che è generato in lei è opera dello Spirito Santo”, gli risuona sempre nel cuore, soprattutto nei momenti di fatica. Perché Dio ha scelto proprio lui? Forse è stato per Maria. E così la loro storia diventa storia di Dio.

Ma realisticamente vede la sua inadeguatezza… Quanti pensieri occupano il cuore e la mente, anche se nel profondo sente una gioia immensa nell’avvicinarsi a Betlemme, scrutando con ansia Maria, nel timore di leggere sul volto l’avvicinarsi del parto. Finalmente in lontananza Betlemme. All’improvviso, Maria lo richiama alla realtà: con dolcezza venata da una contrazione di dolore, inutilmente celato, chiede di fermarsi perché il bambino che porta in grembo bussa alla vita. Il tempo è compiuto ed è giunto a pienezza. Per questo si dirigono in tutta fretta al caravanserraglio, lì al bivio.

È ormai sera. Tutti si stanno preparando per la cena: le mamme strillano con i piccoli che hanno fame; i più grandicelli fanno crocchio con la voglia di giocare nonostante la fatica del viaggio; gli uomini accudiscono amorevolmente le bestie... Un bailamme di voci e di odori... Questo posto, pur con tutta la buona volontà, non è adatto per il grande evento della Vita.

Ma, un poco più avanti, all’inizio del paese, si intravedono case-grotta fiocamente illuminate. Basta bussare e sicuramente nessuno rifiuterà un posto caldo, senza tenere conto poi che l’esperienza di qualche donna sarà necessaria per questa giovane mamma.

Lì nella stalla, sulla paglia, il luogo più caldo, Giuseppe guarda questo figlio di Dio appena nato. Lo sguardo di padre lo accoglie nel mondo degli uomini, con tutta la tenerezza di chi ha deciso di mettersi nelle mani di Dio.


Giuseppe, che hai accettato di fare da padre ad un figlio non tuo, donaci di accogliere sempre la vita, anche quella che non esce “dalle nostre viscere”.

Abbiamo tanta paura a modificare le abitudini per i ritmi che ci siamo costruiti. Eppure la vita, anche se sconvolge, è sempre dono e arricchisce.

Tu ti sei messo a servizio di Dio dando il primo posto nella vita familiare all’incontro e all’ascolto. Noi, invece, più che accoglierci e capirci siamo protesi al futuro con gli occhi e il cuore di chi teme di non avere mai a sufficienza e così consumiamo il tempo e gli spazi nel fare. E così non c’è tempo e spazio per una tua Parola.

Signore, forza la tua mano; aiutaci a sentirti vicino nei figli che stringiamo tra le braccia, nei momenti in cui giochiamo con loro, nei rari momenti in cui mormoriamo qualche preghiera imparata da bambini.

I nostri figli sono tuoi figli che hai messo nelle nostre mani perché li portiamo ancora a Te. Ricordacelo sempre, perché, troppe volte, non sappiamo comunicare il tuo amore.

Insegniamo loro tante cose, ma facciamo fatica a dire non solo a parole di rivolgersi a Te, perché, noi, per primi, non sappiamo riconoscere la tua Provvidenza e viviamo sempre affascinati da ciò che è effimero.

Donaci il gusto e la gioia di essere educatori, senza mai misurare le fatiche che questo comporta.

Facci superare il timore di raccontarci così come siamo, nei momenti riusciti e in quelli bui.

Donaci il coraggio di dire che anche noi non siamo stati perfetti e che abbiamo conosciuto lo sbaglio e che solo con l’aiuto di (Q)qualcuno siamo riusciti a superarlo.

Donaci anche la saggezza di guardare la vita alla luce di una Parola che è speranza e che ci dice sempre che c’è un “Oltre” verso il quale tendere senza sentirsi mai appagati da quello che mettiamo da parte, perché solo quando si è “leggeri” si può camminare speditamente verso la meta.

GIUSEPPE, UOMO DELL’ACCOGLIENZA

Nel racconto del Vangelo ci sentiamo sorpresi dalla decisione di Giuseppe, uomo capace di accogliere un progetto di vita coniugale così impegnativo e “anomalo”, mentre noi sentiamo la fatica di accogliere la moglie dopo una giornata di lavoro o i figli che chiedono di essere ascoltati o gli amici che sembrano invadere un tempo già programmato o il Signore che sembra intralciare i progetti della domenica.

Un’accoglienza come la sua non la si improvvisa ma richiede un lungo allenamento, anzi la profonda convinzione che nella misura in cui si accoglie si è anche accolti.

Per questo, giorno dopo giorno Giuseppe si è costruito questa spiritualità, accogliendo con pazienza chi pretende subito il lavoro fatto in giornata con scuse pretestuose, o prestando ascolto e lavorando alacremente per chi, povero, non era in grado di fare fronte ai debiti.

Quante volte li avrà congedati con un sorriso e la gioia nel cuore di chi attende la ricompensa da Dio, anche se poi, concretamente, doveva fare quadrare il bilancio familiare.

Giuseppe, uomo dell’accoglienza, aiutaci ad accogliere un nuovo orientamento della vita quando intuiamo che il percorso intrapreso è senza meta.

Troppo spesso lavoriamo senza sosta più per avere che non per avere la possibilità di donare.

Ci diamo da fare per accumulare tante cose per una maggiore sicurezza personale o per i figli, giustificando così una vita segnata unicamente dalla frenesia del lavoro ...

E così viene a mancare la serenità nell’affrontare le difficoltà, viviamo la noia quando dobbiamo fermarci, incapaci di gioire per la presenza di persone che ci stanno accanto e che aspettano uno sguardo, un gesto di tenerezza, una parola di festa ...

Giuseppe, il tuo esempio di accoglienza ci spinga a credere nella bontà di queste scelte e a vivere ogni giorno pieni di fiducia nella vita che non è solo nelle nostre mani e di cui non possiamo misurare con certezza la durata.

GIUSEPPE, UOMO DI PREGHIERA

Il Vangelo ricorda come momento pubblico e comunitario di preghiera annuale delle famiglie il pellegrinaggio annuale a Gerusalemme per immolare la Pasqua. Era la festa più importante dell’anno perché faceva la memoria dei grandi segni di Dio, quando, con mano forte e braccio teso, li aveva liberati dalla schiavitù egiziana.

Ma anche ora questa celebrazione si rivestiva di grande attualità dovuta all’occupazione romana: Perché Dio ha riposto in seno la sua destra e non la stende più come al tempo dei Padri?

A Gerusalemme, per questa circostanza, la guarnigione romana veniva rinforzata e si sentiva fin nell’aria questa schiavitù.

Quando Gesù ebbe dodici anni portarono anche lui a Gerusalemme. Era l’introduzione alla maggiore età quando i maschi potevano accedere alle Sacre Scritture, prenderle tra le mani e commentarle pubblicamente nella sinagoga.

Giuseppe e Maria andavano tutti gli anni, secondo la consuetudine, al Tempio e in quel “luogo” nascevano le preghiere che nella sinagoga del paese non riuscivano a sgorgare dal cuore con la stessa intensità…

Sicuramente c'era una preghiera ed una meditazione settimanale in sinagoga nell’ascolto e nella proclamazione della Parola ed una preghiera familiare, quando all’inizio del pasto si ringraziava il buon Dio del pane e del vino che anche in quel giorno era presente sulla mensa.

Anche al levar del sole era consolante cantare le lodi di Dio, prima di iniziare una giornata di lavoro: O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia… Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia di te, o Dio. Al mattino ascolta la mia voce; fin dal mattino ti invoco e sto in attesa. Svegliatevi arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora.

Alla sera poi, era veramente bello ritrovarsi tutti assieme e raccontarsi ciò che aveva fatto il Signore, per un breve esame di coscienza: Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti. Quando ti invoco, rispondimi, Dio mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato, pietà di me, ascolta la mia preghiera.

Poi finalmente il sonno ristoratore, accolto come un dono: Proteggimi Signore all’ombra delle tue ali, custodiscimi come la pupilla dei tuoi occhi. Solo in Dio riposa l’anima mia.

La preghiera giornaliera ed il culto sabbatico e annuale scandivano la vita familiare così da creare un ambiente capace di coltivare un’autentica esperienza di fede in cui crescere ed affrontare i problemi quotidiani.

Giuseppe, uomo di preghiera, che hai fatto della tua vita una continua preghiera di ringraziamento, aiutaci a capire che tutto può essere vissuto in comunione con Dio.

Di fronte alle tante difficoltà che ti hanno spinto a dover lasciare la tua terra per una patria straniera, non ti sei lamentato, come spesso facciamo noi, per le improvvise contrarietà che mettono in discussione la tranquillità che spesso è semplicemente sedentarietà.

Facciamo fatica a pregare riconoscendo la presenza di Dio negli eventi perché abbiamo perso l’umiltà di guardare in alto.

Confidiamo solo nella forza delle nostre mani che manipolano ogni cosa o nel nostro ingegno che partorisce progetti stupefacenti dandoci l’ebbrezza di sentirci così onnipotenti da non comprendere più la bellezza del gesto di un pane spezzato per essere condiviso e che non ha prezzo, di una parola d’amore e non di convenienza.

Sciogli il nostro cuore così da scoprire la gioia di vivere in un mondo dove ancora c'è un Padre da invocare e figli da amare per quello che sono e non solo per quello che fanno.

Tu, nel silenzio hai pregato per questo tuo figlio che, quando hai ritrovato nel Tempio, ti ha svelato un mistero che ancora non capivi e per questo lo hai affidato al Padre suo e tuo tanto che poi cresceva in età, sapienza e grazia.

GIUSEPPE, UOMO DEL SILENZIO

Il Vangelo non ricorda alcuna parola di Giuseppe, nemmeno nel momento drammatico per ogni famiglia dello smarrimento del figlio a Gerusalemme.

Eppure certamente anche lui in sinagoga avrà commentato la Scrittura come era consuetudine. Dobbiamo accontentarci del suo silenzio.

Anche nei confronti di Dio, a differenza di Maria che chiede all’angelo, Giuseppe “ascolta” nel sogno ed ubbidisce.

Il suo silenzio non è disinteresse o disimpegno, ma adesione e piena condivisione che nasce da una piena e totale fiducia.

Giuseppe, come contrasta il tuo silenzio con il nostro continuo parlare quasi sempre vuoto. Usiamo le parole più per trarci di impaccio in tante situazioni che per comunicare emozioni o esperienze che danno senso al vivere.

Siamo immersi in un mondo di parole che fanno della pubblicità il criterio della verità.

Insegnaci a dire nel silenzio parole di amore che hanno la stoffa della verità quando hanno dentro un impegno di vita. Le parole oggi non contano nulla perché solo le firme ci costringono a mantenere o a portare le conseguenze di un impegno concordato.

Quanta differenza con la Parola di Dio che è così vera da diventare “carne” in suo figlio Gesù!

Tu, Giuseppe, hai creduto a questa Parola e su di essa ha ritmato le tue parole silenziose facendole diventare scelte di vita, senza più ritrattarle.

Giuseppe, insegnaci il valore della parola data e mantenuta, che solo quando la pronunciamo nel silenzio della coscienza diventa parola di vita credibile perché vissuta nella quotidianità senza tradirla anche nei momenti difficili e tempestosi.

Aiutaci con il silenzio ad accogliere e comprendere la bellezza e la verità della Paola di Dio per noi.