MALATTIA E MIRACOLO

MALATTIA E MIRACOLO

La vita è una promessa a cui ci si crede, altrimenti nessuno sentirebbe la sofferenza e la malattia come un'aggressione, una minaccia … E, invece, ogni male che ci capita è avvertito come “aggressione alla vita”. Da qui le domande di sempre: Perché il male, la sofferenza, la malattia, la morte? Da dove vengono? Non è così semplice rispondere e si possono percorrere più piste…

Per trovare una luce a questi interrogativi di sempre, scelgo perché credente di “rileggere” i miracoli di guarigione operati da Gesù per individuare un percorso di senso a queste realtà destabilizzanti. L’aspetto immediato dell’agire di Gesù si manifesta nei “miracoli” che vanno colti come un servizio di salvezza e di redenzione che il Padre compie nel Figlio a favore dell’uomo. L’azione guaritrice è pertanto finalizzata a liberare l’uomo da ogni malattia e debolezza, dovute alla condizione esistenziale di “decadimento” in seguito al peccato:

«Poiché … hai mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato: “Non devi mangiarne”, maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita”. (Gen 3,17) Infatti la Bibbia nei suoi primi capitoli “dice” che il “male” in tutte le sue declinazioni fa la sua comparsa a causa di un sospetto gratuito nei confronti di Dio:

Il serpente … disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto!” (Gen 3,1-4)

Naturalmente, questo sospetto ha poi un seguito devastante: l’odio dei fratelli tra di loro, le lingue confuse, le tribù e le nazioni in guerra tra loro ... Tutti incominciano, non si sa perché, a pensare che l'altro sia nemico… Se questa constatazione è vera, allora Dio ne esce scagionato.

Tuttavia, pur senza colpa, Dio non resta indifferente alla sofferenza della sua creatura e si attiva: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa (stirpe) ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gen 3,15).

In questa dinamica salvifica però anche l’uomo è chiamato a collaborare nel combattere il male in ogni sua forma, una lotta difficile ma che ha un orizzonte di vittoria nonostante la sua situazione storica compromessa. Per questo Dio si fa uomo in Gesù ed esplica l’azione terapeutica di Dio “risanando il male incurabile dell’uomo”

e rigenerandolo allo stato primordiale, quando, uscito dalle sue mani, era ancora incandescente di Lui. Questa forza risanante riguarda “ogni malattia e fragilità” e troverà pieno compimento nella risurrezione quando anche la morte non avrà più potere. Pertanto il “sanare” di Gesù durante la sua vita terrena è un’anticipazione ed un segno che prelude ed anticipa la vittoria finale:

“La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” (1 Cor 15,14-15)

All’interno di questo contesto storico-teologico è possibile comprendere il significato delle guarigioni operate da Gesù ed in suo nome dai discepoli.

Analizzando i racconti del Vangelo mi è sembrato di intravedere due atteggiamenti nei confronti del “sofferente”:

• Al dottore della legge che chiedeva delucidazioni sul prossimo Gesù, attraverso la figura del Samaritano, lo invita a “prendersi cura” di chi è “ferito”: “Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui”. (προσελθὼν, κατέδησεν τὰ τραύματα αὐτοῦ, ἐπεμελήθη αὐτοῦ. (Lc 10,34)

• Ai discepoli comanda, invece, in maniera perentoria: “guarite!” (θεραπεύετε). In questo comando c’è qualcosa che va oltre al “prendersi cura”, nel senso che Gesù vuole che i suoi discepoli, per il potere loro conferito, devono entrare nella realtà sorgiva “della malattia” per guarirla (ἐθεράπευον guarivano). Non una pratica medica ma guarigione del cuore con il perdono del peccato, per una piena condivisione della vita di Dio. Infatti spesso i malati vengono indicati con il termine “infermi” (ἀσθενοῦντας – senza forze) cioè incapaci di rivolgersi a Dio e agli altri.

Questo “potere” conferito da Gesù ai “discepoli” non appartiene però a loro in forma autonoma, ma deve costantemente fare riferimento a lui, altrimenti non produce alcun effetto:

Appena ritornati presso la folla, si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio e disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e

sovente nell’acqua. L’ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo» … Portatelo qui da me». Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito. Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede”. (Mt 17,14-20)

L’uomo sofferente e malato, nei racconti evangelici, è il povero per eccellenza perché costretto a “mendicare” tutto: l’attenzione, la possibilità di convivenza sociale e religiosa, il sostentamento. Una situazione senza speranza che fa dire ai discepoli:

«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». (Gv 9,2).

In questo contesto di attenzione ai “poveri” detti “beati” (Μακάριοι οἱ πτωχοὶ) si colloca l’attività taumaturgica di Gesù che, soprattutto nel vangelo di Giovanni, viene definita come “segno” (σημεῖον). il segno rivela il sorgere di una nuova creazione, di un nuovo modo di “conoscere” Dio e del suo modo di rapportarsi con l’uomo; è il luogo dove si manifesta la sua potenza ed anticipa la “gloria” della Pasqua. Senza la Pasqua la Parola di Gesù non avrebbe nessuna efficacia perché la potenza che opera nel segno è quella della risurrezione che in qualche modo traluce. Solo così il segno smuove alla fede. Non si tratta allora di credere in qualcosa o in qualcuno, ma di rivolgere la propria vita verso qualcuno, spenderla per qualcuno. Una fede permeata di Cristo che ha portato Paolo ad esclamare:

“Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me.(Gal 2,20)

Ma di fronte al “segno” non sempre c’è la fede in chi chiede di essere guarito:

“Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!». (Lc 17,12-19)

In questo caso il “segno” perde la sua verità profonda e manifesta unicamente la dimensione “farmacologica” senza però “guarire” il cuore. Pur se “travisato” tuttavia Gesù non lo ritratta perché, “inciso nella carne”, possa diventare richiamo alla fede.

In questo orizzonte si comprende “l’azione risanante” di Gesù e, di conseguenza, si può trovare il senso della sofferenza e del dolore.

L’affermazione di Paolo:

Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa”. (Col 1,24), spesso è “travisata” in affermazioni “doloristiche” che non hanno nulla a che fare con lo spirito evangelico dell’azione di Gesù. Infatti alla passione di Cristo non manca nulla. È da parte nostra che manca sempre qualcosa per partecipare realmente alle tribolazioni che Cristo ha sopportato nell’annunciare il Vangelo e che lo hanno portato alla morte in croce. In questo contesto di testimonianza sofferta possiamo però trovare anche noi la gioia se siamo consapevoli che Cristo «mi ha amato e ha dato sé stesso per me». (GaI 2,20)