Unzione degli infermi

“ne ebbe compassione, … gli si fece vicino … e si prese cura di lui” (Lc 10,33-34)

I Sacramenti sono i "gesti" che la Chiesa compie "nella storia" alla luce del comando di Gesù. Sono "gesti" che trovano fondamento nell'agire di Gesù durante la sua vita terrena e che dopo la risurrezione affida alla Chiesa perché operino in chi li "riceve" ciò che la sua parola "dice".

Per alcuni "sacramenti" è immediato il rimando alla "sorgente costitutiva" in quanto sono la "pietra angolare" della comunità cristiana: il Battesimo che dice il cambiamento di vita, l'Eucaristia fondamento ed alimento della comunione fraterna; il perdono come vittoria della grazia sul peccato.

Questa consegna alla Chiesa avviene

nell'Ultima Cena per l'Eucaristia:

"Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me". (Lc 22,19)

dopo la risurrezione per il Battesimo e il Perdono dei peccati:

"Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19).

"Nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni" (Lc 24,47-48)

Per quanto riguarda "l'unzione dei malati" Gesù l'affida ai discepoli durante la missione evangelizzatrice per mostrare la novità del Regno di Dio e la potenza della sua Parola.

"Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano". (Mc 6,12-13)

Mentre per gli altri sacramenti si è sviluppata una profonda riflessione teologica ed una pratica liturgica che ha subito nel corso dei secoli modalità celebrative diverse, per l'Unzione degli Infermi ci si è limitati a "riproporre" quanto afferma Giacomo:

Chi è malato, chiami presso di sé i presbìteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo solleverà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati. (Gc 5,14-15)

Un rito mutuato dalla prassi giudaica corrente incentrato nella prassi cristiana "sul nome del Signore". L’uso terapeutico dell’olio era ben conosciuto nell’antichità e la riprova è la parabola dove il «Buon Samaritano» versa sulle ferite olio e vino. (Lc 10,34).

La dimensione terapeutica dell'olio era già stata ricordata dal profeta Isaia quando denunciava la corruzione del popolo usando l'immagine di un corpo coperto da ferite senza che nessuno versi l'olio per curarlo. "Perché volete ancora essere colpiti, accumulando ribellioni? Tutta la testa è malata, tutto il cuore langue. Dalla pianta dei piedi alla testa non c’è nulla di sano, ma ferite e lividure e piaghe aperte, che non sono state ripulite né fasciate né curate con olio". (Is 1,5-6)

L'olio era essenziale anche in un rituale purificatorio attestato dal Levitico di cui sono rimaste "tracce" anche nel rito attuale dell'Unzione per quanto riguarda le "parti del corpo" su cui tracciare il segno della croce con l'olio.

Il sacerdote prenderà del sangue della vittima per il sacrificio di riparazione e lo metterà sul lobo dell’orecchio destro di colui che si purifica, sul pollice della mano destra e sull’alluce del piede destro. Poi, preso un po’ d’olio dal log, lo verserà sulla palma della sua mano sinistra; intingerà il dito della destra nell’olio che ha nella palma sinistra, con il dito spruzzerà sette volte quell’olio davanti al Signore. Quanto resta dell’olio che tiene nella palma della mano, il sacerdote lo metterà sul lobo dell’orecchio destro di colui che si purifica, sul pollice della mano destra e sull’alluce del piede destro, insieme al sangue della vittima del sacrificio di riparazione. Il resto dell’olio che ha nella palma, il sacerdote lo verserà sul capo di colui che si purifica; il sacerdote compirà per lui il rito espiatorio davanti al Signore. (Lev 14,14-18)

Il suo uso in tanti aspetti della vita sociale e religiosa ha condotto progressivamente all’intuizione del carattere simbolico dell’ulivo e dell’olio: bellezza e gioia, pace e alleanza; fecondità ed eternità, vitalità e potere terapeutico o purificatorio; festa, forza, vittoria, preziosità e ricompensa. Nei suoi composti poi diventava profumo come riporta il Cantico dei Cantici:

Inebrianti sono i tuoi profumi per la fragranza, aroma che si spande è il tuo nome: per questo le ragazze di te si innamorano (Ct 1,3)

Quanto è soave il tuo amore, sorella mia, mia sposa, quanto più inebriante del vino è il tuo amore, e il profumo dei tuoi unguenti, più di ogni balsamo. (Ct 4,10)

Da qui l'uso dell'olio profumato per l'incoronazione regale o per la consacrazione sacerdotale: "Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi". (1 Sam 16,13)

"È come olio prezioso versato sul capo, che scende sulla barba, la barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste. (Sl 133,2)

Per questo l'olio rievocava speranza di guarigione o festa. A riprova in tempo di lutto ci si asteneva dall'ungersi con l'olio:

"Avrai oliveti in tutta la tua terra, ma non ti ungerai di olio, perché le tue olive cadranno immature" (Dt 28,40)

"Allora mandò a prendere a Tekòa una donna saggia, e le disse: «Fingi di essere in lutto: mettiti una veste da lutto, non ti ungere con olio e compòrtati da donna che pianga da molto tempo un morto" (2Sam 14,2)

"Seminerai, ma non mieterai; frangerai le olive, ma non ti ungerai d’olio; produrrai ma non mieterai; (Mi 6,15)

"L'unzione con l'olio" nella malattia afferma allora la vicinanza di Dio a chi vive questa esperienza destabilizzante, una presenza che non dice impotenza ma "luogo" dove si manifestano "le opere di Dio". «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. (Gv 1,2-3)

Queste "opere di Dio" si manifestano anche nei momenti esiziali della malattia che è la morte. Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. (Lc 7, 11-15)

Ma le "opere di Dio" vanno oltre il ritorno alla vita risanata perché aprono alla Vita nuova inaugurata dalla Pasqua.

"E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate". (Ap 21,4)

Celebrare l'Unzione degli Infermi attinge a questa "teologia della vita", anche se, per un malinteso storico, questo sacramento è stato interpretato come "l'Estrema Unzione" nel senso che oramai si è giunti al termine della vita, mentre in realtà rappresenta la terza Unzione per il cristiano, l'ultima, dopo quella battesimale e crismale.

Restringendo la celebrazione di questo sacramento unicamente a questo ultimo significato ci si priva dell'accompagnamento della presenza del Signore nel tempo della malattia, dove vengono affievolite tante risorse umane e spirituali, e "renderlo disponibile" solo nel momento del passaggio da "questa vita al Padre", un'esperienza umana oscura e fonte di angoscia per tutti dove però la presenza di Chi l'ha attraversata e vinta ci tiene per mano, è riduttiva del suo significato.

Questo sacramento che, necessariamente ha un'attinenza più personale che comunitaria, dice la vicinanza di Dio proprio nelle situazioni in cui spesso la malattia rescinde tanti rapporti e mette in crisi tante scelte di bene.

Ce lo ricorda il salmo 41:

1 Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.

2 Beato l’uomo che ha cura del debole:

nel giorno della sventura il Signore lo libera.

3 Il Signore veglierà su di lui, lo farà vivere beato sulla terra,

non lo abbandonerà in preda ai nemici.

4 Il Signore lo sosterrà sul letto del dolore;

tu lo assisti quando giace ammalato.

5 Io ho detto: «Pietà di me, Signore, guariscimi:

contro di te ho peccato».

6 I miei nemici mi augurano il male:

«Quando morirà e perirà il suo nome?».

7 Chi viene a visitarmi dice il falso,

il suo cuore cova cattiveria e, uscito fuori, sparla.

8 Tutti insieme, quelli che mi odiano

contro di me tramano malefìci,

hanno per me pensieri maligni:

9 «Lo ha colpito una malattia infernale;

dal letto dove è steso non potrà più rialzarsi».

10 Anche l’amico in cui confidavo,

che con me divideva il pane, contro di me alza il suo piede.

11 Ma tu, Signore, abbi pietà,

rialzami, che io li possa ripagare.

12 Da questo saprò che tu mi vuoi bene:

se non trionfa su di me il mio nemico.

13 Per la mia integrità tu mi sostieni

e mi fai stare alla tua presenza per sempre.

14 Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele,

da sempre e per sempre. Amen, amen.

Nella vita infatti arriva per tutti il momento in cui manca la terra sotto i piedi perché la malattia “stende sul letto del dolore”. E così, a volte, le persone che apertamente ti vogliono male te lo dicono senza peli sulla lingua. Molti addirittura in apparenza ti fanno la bella faccia, ma poi in realtà si comportano diversamente. Pure coloro che pensavi amici e nei quali avevi riposto fiducia tanto da averli anche invitati a condividere la stessa mensa, ti disprezzano e ora che non puoi fare nulla cercano in tutti i modi di evitarti come se non ti avessero mai conosciuto.

Di fronte a queste esperienze amare crollano certezze e valori, vengono meno fiducia e speranza. Credere nella bontà, nell’amicizia è pura utopia. È un illuso chi spera di instaurare rapporti veri. E allora vale la pena cercare il bene quando la bugia e la menzogna regnano sovrani?

Proprio di fronte a questa realtà "distruttiva", che la malattia genera non solo a livello personale ma anche a livello relazionale, Dio viene in soccorso così che possa dire: Tu mi sostieni e mi fai stare alla tua presenza per sempre. Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele, da sempre e per sempre. Amen, amen.

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